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Zone di produzione in Basilicata

Mercoledì, 16 Marzo 2016 15:09

Nella mappa sono indicate le principali zone di produzione del vino in Basilicata.

La coltivazione della vite in Basilicata ha origini antichissime; testimonianze della sua coltura ci conducono agli Enotri e poi ai Lucani, antichi popoli che abitarono l'Italia meridionale fin dal 1200 - 1300 A.C.. Documenti storici affermano che l'Enotria, parte dell'attuale Basilicata, venne definita tale dai coloni greci che a partire dal VII sec. a. C. giunsero sulle nostre coste e che subito poterono constatare la presenza dei tanti vigneti e la prelibatezza del buon vino prodotto in zona.
I Greci furono portatori di nuove conoscenze infatti si deve ad essi l'introduzione di nuove varietà e forme di allevamento, come l'alberello, ancora oggi molto usato in diverse zone della Basilicata.
La tradizione vinicola della regione trova conferma anche nell'epoca romana grazie alle citazioni di Plinio e Stradone e alle numerose testimonianze e reperti di quell'epoca che documentano la presenza della vite e l'eccellente qualità dei vini ottenuti.

Ma quali sono oggi le zone di produzione di maggior rilievo?

Innanzitutto le colline del Vulture (1300 m. s.l.m.), un antico vulcano spento totalmente ricoperto di vegetazione e di colture, in particolare castagneti, uliveti e vigneti. L’ area è costituita da molte sorgenti minerali d’ acqua (i laghi di Monticchio), che conferiscono a questa parte della Basilicata settentrionale un paesaggio dalle caratteristiche uniche. Qui i terreni vulcanici, ricchi di potassio, determinano le condizioni ottimali per la coltivazione della vite. È qui che si coltiva l’aglianico, il vitigno autoctono della Basilicata, e si produce una delle perle enologiche italiane riconosciuto dalla DOC "Aglianico del Vulture" che comprende 15 comuni a nord-est della regione. In questo territorio la forma di allevamento più diffusa è il guyot, ancora presente in minima parte il cordone speronato, mentre l'alberello è ormai limitato solo a piccole superfici. Oltre all'Aglianico sono presenti nella zona, in piccola parte, altri vitigni come l'Aglianicone, la Malvasia nera della Basilicata, la Malvasia bianca della Basilicata, ed il Moscato bianco di Basilicata.

Pubblicato in Enografia

Salerno

Martedì, 31 Gennaio 2012 11:30

In provincia di Salerno due le aree vinicole degne di nota, la Costa d’Amalfi ed il Cilento.
Nella Costa d'Amalfi soltanto negli ultimi anni si è riusciti ad ottenere dei vini in grado di competere con l'accresciuto livello degli altri migliori vini italiani. La situazione precedente era penalizzata da una proprietà dei vigneti estremamente parcellizzata e da vigneti che data la natura impervia e la scoscesità delle coste erano stati in gran parte abbandonati. Oggi i migliori vini sono rappresentati dai bianchi e dai rossi provenienti dalla sottozona di Furore, tutti dotati di grande struttura e generalmente impostati sullo stile della surmaturazione.
Il Cilento si estende su un’area molto ampia che va dalla piana del Sele all’alta collina cilentana, dove il clima è molto influenzato dal mare e il terreno è prevalentemente calcareo. E’ una zona vitivinicola in grande fermento, dove stanno emergendo piccole produzioni di alta qualità legate a vitigni tradizionali ma anche internazionali e a una classe di vitivinicoltori giovani e agguerriti. La vicinanza col mare fa prevalere nei bianchi profumi intensi, sapidità e freschezza. Le doc cilentane sono tuttavia molto permissive nell’uso di uve “straniere”: la doc Castel San Lorenzo consente per i bianchi l’uso di trebbiano toscano e malvasia, per i rossi sangiovese e barbera e addirittura prevede doc per barbera o moscato.
Più ancorata al territorio, invece, la doc Cilento che predilige fiano e aglianico. Nelle realtà migliori, si tratta di vini caldi, morbidi e solari. Il Cilento è, però, anche terra di grandi vini da uve internazionali. Piccolissime aziende, con il loro lavoro appassionato, hanno avuto il merito di far accendere i riflettori su un’area ritenuta erroneamente marginale.

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Pubblicato in Campania

Napoli

Martedì, 31 Gennaio 2012 11:30

Tra Vesuvio, Campi Flegrei e le isole di Ischia e Procida ci sono condizioni uniche con particolari caratteristiche del terreno, determinate dal substrato di sedimenti piroclastici alternati a terreni calcarei. Il clima è temperato, soleggiato e spesso ventilato (la qual cosa previene l’uva dalle malattie fungine) grazie alla presenza del mare. I terreni vulcanici, ricchi di “scheletro”, ossia pietre, favorendo il drenaggio, hanno evitato che la fillossera distruggesse la viticoltura dell’area, così che buona parte delle colture sono ancora su piede franco. Oggi nei Campi Flegrei la regina del vigneto è la falanghina che, diversamente da quella beneventana è più sapida, con una diversa complessità aromatica e sentori minerali. E' il vino oggi più noto e diffuso della Campania. Prodotto da decine di aziende, stenta a trovare un'identità precisa ma è tuttavia molto amato dal consumatore anche perché mantiene un rapporto qualità-prezzo molto interessante. Ha nel Casertano (alla base del Falerno bianco) caratteristiche di sapidità e serbevolezza, nel Beneventano (doc Sant’Agata de’ Goti, Solopaca, Guardiolo, Taburno), di morbidezza e struttura mentre nei Campi Flegrei è più fresca e minerale. Ma la falanghina dei Campi Flegrei (da qualche anno doc), coltivata nei luoghi della prima colonia ellenica, è certo la più antica: i contadini ancora l'allevano alla maniera greca classica, ossia con una selva di pali (le falangae, appunto, da cui il nome) nel vigneto, mentre le moderne colture di qualità prediligono il guyot.
Nell’area flegrea, il vino rosso viene invece perlopiù dal piedirosso, localmente detto per’’e palummo (piede di colombo), altro vitigno di origine greca considerato oggi “migliorativo” e utilizzato soprattutto per ammorbidire l’aglianico.
Il vino più famoso del Vesuvio, è invece il Lacryma Christi bianco, rosato e rosso Decantato già a partire dal ‘500, deve gran parte della sua fama alla versione dolce anche se il Lacryma Christi (sottozona della doc Vesuvio) in versione secca è un vino molto piacevole e “beverino”. Il bianco è un uvaggio di coda di volpe, falanghina, verdeca e greco, con una struttura e una gradazione alcolica leggermente superiori al rosso: presenta al naso aromi fruttati e tendenti al minerale. Il rosso è a base di piedirosso e sciascinoso: colore scarico e poca struttura lo rendono un vino di pronta beva, senza grandi pretese.
In penisola sorrentina. Falanghina e biancolella sono alla base dei bianchi cui si aggiungono vitigni tradizionali come ginestra, pepella e fenile mentre i rossi nascono da piedirosso, sciascinoso e, in qualche caso, aglianico. Nelle zone interne troviamo, negli omonimi paesi, Gragnano e Lettere: vini leggeri, frizzantini, con leggero residuo zuccherino.
Ad Ischia, si producono ottimi vini da antichi vitigni autoctoni, biancolella, forastera, per’’e palummo, guernaccia, arilla. Un tempo serbatoio di vini da taglio per tutta l’Europa, è stata tra le prime aree in Campania a puntare sull’alta qualità nonostante l’enorme difficoltà della coltivazione. Il vino biancolella, di colore paglierino, è armonico, di media struttura, al sapore lievemente ammandorlato con sentori minerali: regge bene anche ad un medio affinamento in bottiglia. Meno pregiato il forastera, di pronta beva. Il per’’e palummo, nome dialettale del piedirosso, è morbido, armonico, con una buona acidità che si può trovare anche in uvaggio con la guernaccia, più strutturata e complessa.
Capri, invece, ha del tutto dimenticato la sua vocazione agricola e, col Capri doc, mantiene viva una piccola produzione a base di greco, falanghina e biancolella per i bianchi e di piedirosso per i rossi.

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Pubblicato in Campania

Caserta

Martedì, 31 Gennaio 2012 11:30

La provincia di Caserta, è una delle aree più variegate sotto il profilo morfologico. Si va infatti dalla costa domiziana fino alla pianura aversana e alle zone collinari e montane di Roccamonfina e del Matese. E’ la patria del celebre Falerno, uno dei vini più celebrati dell'antica Roma, ed anche la provincia campana che, negli ultimi anni, si è maggiornmente impegnata sulla strada della qualità.
Il cuore dell’alto Casertano vinicolo è nell’area del vulcano spento di Roccamonfina, dove i terreni dal medio impasto argilloso conferiscono ai vini austerità, serbevolezza e buona acidità (doc Galluccio) mentre nella zona del Massico, il Falerno trae dai terreni sciolti della zona pedemontana e da quelli calcarei-argillosi dell’area più a valle, eleganza e grandi profumi. Le uve maggiormente coltivate sono, per i bianchi, falanghina e coda di volpe (in ambedue le doc) mentre nei rossi predominano aglianico e primitivo.
L’agro aversano, la cosiddetta terra dei mazzoni (dalla tecnica della mozzatura delle mozzarelle di bufala), è noto per l’asprinio, acido, tradizionalmente di bassa gradazione, molto adatto alla spumantizzazione. Le moderne tecniche di allevamento a guyot o a cordone speronato consentono oggi di ottenere vini con un’acidità meno marcata e un grado alcolico nella media. Negli ultimi anni, infatti, per compiacere un gusto che predilige vini più morbidi, si tenta di equilibrarlo sia attraverso una coltivazione bassa che ne favorisce la maturazione sia con tecniche di vinificazione più attente. Dalle uve delle vecchie viti maritate si ottiene, invece, uno spumante di ottima qualità, che sfrutta proprio la spiccata acidità delle uve.
La nuova frontiera del Casertano è però nella valle del medio Volturno dove da qualche anno si stanno riscoprendo due antichi vitigni autoctoni, pallagrello (bianco e nero) e casavecchia. Il pallagrello è una delle poche uve italiane a bacca bianca e nera mentre il casavecchia, vitigno  presente in una microarea dove sono produttivi ceppi centenari su piede franco, affascina per la sua “tipicità” di profumi e sapori. Ambedue i vini in pochi anni sono diventati il simbolo della riscossa e della rivincita dei piccoli, dimenticati vitigni autoctoni.

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Benevento

Martedì, 31 Gennaio 2012 11:30

La grande, vera strada del vino della Campania passa per il Beneventano, l’antico Sannio. In un paesaggio che cambia continuamente, qui è possibile percorrere in auto chilometri e chilometri di strade immerse tra le vigne che rappresentano una delle attività principali del territorio. In questa provincia sono nate ben tre cantine sociali: Solopaca, Taburno e Guardiense. La qual cosa fa intuire che per molto tempo si è puntato più sulla quantità che sulla qualità anche se l’inversione di rotta, in questi ultimi anni, è stata sensibile.
I vitigni che dominano in quest’area sono - per i bianchi - falanghina e greco (doc Sant’Agata de’ Goti), con trebbiano, coda di volpe e malvasia (per le doc Solopaca, Taburno e Guardiolo) in percentuali diverse mentre per i rossi prevale l’aglianico (doc aglianico del Taburno da poco docg) ma sono presenti massicciamente anche sangiovese e barbera del Sannio. Quella di Solopaca è la doc più “ampia” della Campania, 1228 ettari vitati, e una delle più conosciute proprio perché, grazie alla quantità, il Solopaca entrava - quasi sempre sfuso - in tutte le cantine d’Italia. Destino che lo unisce al Guardiolo di Guardia Sanframondi, altro piccolo centro del Sannio.
Da segnalare la settembrina Festa dell’uva di Solopaca, con grandi carri decorati da chicchi d’uva infilzati uno ad uno con degli spilli a una struttura di legno e cartapesta: vere e proprie opere d'arte che sfilano per le vie del paese.
Nella provincia di Benevento la zona di maggiore interesse è senz'altro quella del Taburno.
Il Taburno è un antico vulcano spento che sovrasta la città di Benevento e sulle cui fertili pendici la vite è coltivata fin dall'antichità. Anche qui il vitigno di maggiore blasone è l'Aglianico e le migliori etichette provengono dai vigneti posti alle quote di altezza maggiori, dove esprimono vini con personalità di maggiore finezza.

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Pubblicato in Campania

Avellino

Martedì, 31 Gennaio 2012 11:30

L’Irpinia è la patria dei più grandi vini della regione, innanzitutto il Taurasi, prima docg della Campania, successivamente affiancata da due immensi bianchi, il Fiano e il Greco, e, recentemente, dall'aglianico del Taburno.

Dall’aglianico coltivato sulle zolle calcaree, pietrose e argillose nell’area dell’antico borgo di Taurasi, allevato perlopiù a spalliera bassa, dopo tre anni di invecchiamento necessari a domare tannini ribelli e impetuosi, nasce il Taurasi, vino complesso, concentrato, elegante e dalla personalità affascinante ed unica. Vino difficile, ostico che, se non vinificato con attenzione, stenta all'inizio a dare il meglio di sè. Ma, superate le difficoltà iniziali, una volta smussati gli angoli delle giovanili sensazioni gustative di asprezza e astringenza, ecco che ci troviamo di fronte un vino infinitamente grande, fra quelli campani, il vino più affascinante e di spessore.
Dall'aglianico, a seconda del terroir, nascono vini diversi ma tutti caratterizzati da un'austera muscolosità che culminano proprio nel Taurasi, un vino robusto ma che non è mai eccessivo. Nella sua espressione più alta, è infatti elegante, con una buona dose di tannini derivanti dal suolo calcareo, ma morbidi e avvolgenti, con un buon frutto e forti sentori di spezie già a pochi mesi dalla vendemmia. Ha notevole capacità d'invecchiamento, anche oltre i dieci anni, e con l'evoluzione raggiunge aromi complessi di liquerizia, sottobosco e caffé.
Eccezionali anche i bianchi irpini, greco di Tufo e fiano, forti, concentrati e profumati, di grande serbevolezza. Il greco di Tufo, vitigno ellenico, fa parte della famiglia delle uve greche presenti, con vari nomi, un po' in tutt'Italia. Grazie ad un terroir particolare, Tufo era ricco di miniere di zolfo, che restituisce a quest'uva, e al vino, profumi e caratteristiche molto peculiari, qui si ottiene un prodotto molto particolare. Rispetto al cugino fiano ha minori profumi ed è più nervoso e difficile da interpretare. Il fiano inizialmente veniva coltivato per ottenere un vino dolce. E, forse, proprio per questo il fiano è stato per anni poco conosciuto e apprezzato, per essere poi riscoperto solo da quando si è iniziato a vinificarlo secco. Vitigno tipico dell’area irpina, da qualche anno sta dando grandi risultati, in struttura e profumi, anche nel Cilento. Si tratta certamente di uno dei vini più eleganti del Sud: basse rese naturali, grandi estratti secchi, il fiano è complesso, strutturato, con profumi di frutta matura, anche tropicale, di fiori gialli e sentori di nocciola.

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Pubblicato in Campania

Zone di produzione in Campania

Venerdì, 25 Novembre 2011 14:25

Nella mappa sono indicate le principali zone di produzione del vino in Campania.

Con ogni probabilità la Campania è stata la prima zona di produzione del vino in Italia.

Nell’antica Pompei, infatti, c’erano circa 200 taverne e delle 31 antiche ville portate alla luce, ben 29 appartenevano a famiglie impegnate nel settore vinicolo. Non è difficile da credere se si pensa che la culla dell’occidente è proprio tra i Campi Flegrei e l’isola d’Ischia.

Qui nel 730 a.C. i greci fondarono la loro prima colonia, Cuma, e sempre qui, proprio ad Ischia, è stato rinvenuto il primo bicchiere da degustazione del mondo occidentale : la Coppa di Nestore. Segno che il vino era ben conosciuto e ben considerato.

Non dimentichiamo che la Magna Grecia è nata proprio qui sbocciando sull’immenso bagaglio culturale portato dagli Ellenici. Anche questo porta a credere che la maggior parte dei vitigni presenti in questa regione siano proprio di origine Ellenica: aglianico, greco, fiano, falangina, piedirosso, biancolella…

Campania, dunque, terra di vino sin dall’antichità. Ancora : a Pompei e ad Ercolano sono state rinvenute anfore contenenti vino che venivano sigillate e sulle quali venivano annotate la zona di origine delle uve e l’anno della vendemmia segno che già allora era vivo il concetto di denominazione d’origine ovvero l’importanza che rivestiva il territorio di coltivazione delle uve per la qualità del vino.

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