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Napoli

Tra Vesuvio, Campi Flegrei e le isole di Ischia e Procida ci sono condizioni uniche con particolari caratteristiche del terreno, determinate dal substrato di sedimenti piroclastici alternati a terreni calcarei. Il clima è temperato, soleggiato e spesso ventilato (la qual cosa previene l’uva dalle malattie fungine) grazie alla presenza del mare. I terreni vulcanici, ricchi di “scheletro”, ossia pietre, favorendo il drenaggio, hanno evitato che la fillossera distruggesse la viticoltura dell’area, così che buona parte delle colture sono ancora su piede franco. Oggi nei Campi Flegrei la regina del vigneto è la falanghina che, diversamente da quella beneventana è più sapida, con una diversa complessità aromatica e sentori minerali. E' il vino oggi più noto e diffuso della Campania. Prodotto da decine di aziende, stenta a trovare un'identità precisa ma è tuttavia molto amato dal consumatore anche perché mantiene un rapporto qualità-prezzo molto interessante. Ha nel Casertano (alla base del Falerno bianco) caratteristiche di sapidità e serbevolezza, nel Beneventano (doc Sant’Agata de’ Goti, Solopaca, Guardiolo, Taburno), di morbidezza e struttura mentre nei Campi Flegrei è più fresca e minerale. Ma la falanghina dei Campi Flegrei (da qualche anno doc), coltivata nei luoghi della prima colonia ellenica, è certo la più antica: i contadini ancora l'allevano alla maniera greca classica, ossia con una selva di pali (le falangae, appunto, da cui il nome) nel vigneto, mentre le moderne colture di qualità prediligono il guyot.
Nell’area flegrea, il vino rosso viene invece perlopiù dal piedirosso, localmente detto per’’e palummo (piede di colombo), altro vitigno di origine greca considerato oggi “migliorativo” e utilizzato soprattutto per ammorbidire l’aglianico.
Il vino più famoso del Vesuvio, è invece il Lacryma Christi bianco, rosato e rosso Decantato già a partire dal ‘500, deve gran parte della sua fama alla versione dolce anche se il Lacryma Christi (sottozona della doc Vesuvio) in versione secca è un vino molto piacevole e “beverino”. Il bianco è un uvaggio di coda di volpe, falanghina, verdeca e greco, con una struttura e una gradazione alcolica leggermente superiori al rosso: presenta al naso aromi fruttati e tendenti al minerale. Il rosso è a base di piedirosso e sciascinoso: colore scarico e poca struttura lo rendono un vino di pronta beva, senza grandi pretese.
In penisola sorrentina. Falanghina e biancolella sono alla base dei bianchi cui si aggiungono vitigni tradizionali come ginestra, pepella e fenile mentre i rossi nascono da piedirosso, sciascinoso e, in qualche caso, aglianico. Nelle zone interne troviamo, negli omonimi paesi, Gragnano e Lettere: vini leggeri, frizzantini, con leggero residuo zuccherino.
Ad Ischia, si producono ottimi vini da antichi vitigni autoctoni, biancolella, forastera, per’’e palummo, guernaccia, arilla. Un tempo serbatoio di vini da taglio per tutta l’Europa, è stata tra le prime aree in Campania a puntare sull’alta qualità nonostante l’enorme difficoltà della coltivazione. Il vino biancolella, di colore paglierino, è armonico, di media struttura, al sapore lievemente ammandorlato con sentori minerali: regge bene anche ad un medio affinamento in bottiglia. Meno pregiato il forastera, di pronta beva. Il per’’e palummo, nome dialettale del piedirosso, è morbido, armonico, con una buona acidità che si può trovare anche in uvaggio con la guernaccia, più strutturata e complessa.
Capri, invece, ha del tutto dimenticato la sua vocazione agricola e, col Capri doc, mantiene viva una piccola produzione a base di greco, falanghina e biancolella per i bianchi e di piedirosso per i rossi.

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