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Caserta

La provincia di Caserta, è una delle aree più variegate sotto il profilo morfologico. Si va infatti dalla costa domiziana fino alla pianura aversana e alle zone collinari e montane di Roccamonfina e del Matese. E’ la patria del celebre Falerno, uno dei vini più celebrati dell'antica Roma, ed anche la provincia campana che, negli ultimi anni, si è maggiornmente impegnata sulla strada della qualità.
Il cuore dell’alto Casertano vinicolo è nell’area del vulcano spento di Roccamonfina, dove i terreni dal medio impasto argilloso conferiscono ai vini austerità, serbevolezza e buona acidità (doc Galluccio) mentre nella zona del Massico, il Falerno trae dai terreni sciolti della zona pedemontana e da quelli calcarei-argillosi dell’area più a valle, eleganza e grandi profumi. Le uve maggiormente coltivate sono, per i bianchi, falanghina e coda di volpe (in ambedue le doc) mentre nei rossi predominano aglianico e primitivo.
L’agro aversano, la cosiddetta terra dei mazzoni (dalla tecnica della mozzatura delle mozzarelle di bufala), è noto per l’asprinio, acido, tradizionalmente di bassa gradazione, molto adatto alla spumantizzazione. Le moderne tecniche di allevamento a guyot o a cordone speronato consentono oggi di ottenere vini con un’acidità meno marcata e un grado alcolico nella media. Negli ultimi anni, infatti, per compiacere un gusto che predilige vini più morbidi, si tenta di equilibrarlo sia attraverso una coltivazione bassa che ne favorisce la maturazione sia con tecniche di vinificazione più attente. Dalle uve delle vecchie viti maritate si ottiene, invece, uno spumante di ottima qualità, che sfrutta proprio la spiccata acidità delle uve.
La nuova frontiera del Casertano è però nella valle del medio Volturno dove da qualche anno si stanno riscoprendo due antichi vitigni autoctoni, pallagrello (bianco e nero) e casavecchia. Il pallagrello è una delle poche uve italiane a bacca bianca e nera mentre il casavecchia, vitigno  presente in una microarea dove sono produttivi ceppi centenari su piede franco, affascina per la sua “tipicità” di profumi e sapori. Ambedue i vini in pochi anni sono diventati il simbolo della riscossa e della rivincita dei piccoli, dimenticati vitigni autoctoni.

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